Tocco terra e faccio il pane, provo a tirarmi su. Amatrice la sento, non trema più.

Tocco terra e provo a tirarmi su. Amatrice la sento che non trema più e provo a rialzarmi. Sono fuori luogo e fuori tempo e provo a rialzarmi.

Nel frigo il lievito madre. Sono anni che lo impasto e lo rimpasto. Mio padre è morto e Amatrice è scomparsa in un polverone.

Ci sono eventi che diventano spartiacque tra il prima e il dopo. Una vita prima, altra dopo.Prendo il lievito e lo guardo.

Quanti giorni sono che non lo rinfresco? In quale vita l’ho impastato l’ultima volta? Quella prima o quella dopo? Con gesto timoroso apro il barattolo e lo tiro fuori. Sento il suo odore acre, quello di prima, quello di sempre.

A pioggia lo ricopro di farina, quella del grano antico Verna. La sento scorrere ruvida tra le dita. Verso l’acqua e comincio a impastare.

È il gesto di prima. Il gesto di sempre. Quel gesto che mi lega invisibile alla vita prima di me.Il lavoro delle mani silenziosamente radicato nei nostri geni. Il movimento antico della vita di prima si ripete nel mio nuovo presente.

Sento scorrere il tempo, un po’ ruvido come la farina tra le dita, e le mie mani si mescolano a quelle di milioni di altre donne che comunque e nonostante tutto ce l’hanno fatta mescolando quotidianità, acqua e farina.

E in silenzio la vita risponde. Il lievito cresce. L’impasto si gonfia.

Oggi tocco terra e faccio il pane.

Dal diario di Dafne