L’avete mai percepita la solitudine dei Primi ?

 Non siamo più quello che mangiamo, siamo quello che fotografiamo.

La moda di fotografare il cibo è nata negli USA e adeguarsi, giusto per non fare la figura dei provinciali, è diventato ben presto un obbligo.

Che poi, a dirla tutta, è esattamente il contrario, voglio dire che il provincialismo è proprio sottostare ad una moda supinamente, senza un minimo di critica, di valutazione.

Ma non divaghiamo, stiamo sul pezzo; questo concetto lo vedremo un’altra volta.

È così che da un po’ non si fa altro che fotografare cibo, cominciando dai bastoncini di crusca per la colazione, forieri di soddisfacenti evacuazioni intestinali, fino alla tazza di tisana della sera, che assicura una buona digestione ed un sonno ristoratore.

In mezzo, cibo.

Fotografato in tutti i modi, in ogni contesto possibile, in ogni forma. E tutti attenti al profilo migliore della carota, alla sfumatura più intensa della barbabietola rossa che dopo secoli di oblio è ora la reginetta indiscussa delle cucine, con buona pace di tante nonne morte di crepacuore nel tentativo di farcela mangiare.

Beh, direte, si vede che in fondo era buona e che finalmente ci siamo convinti a rivalutarla…

Eh no, belli, non ci provate!

La rapa rossa fa schifo. Lo sappiamo tutti. È una disgrazia, sa di terra. Lo dicono sempre anche gli chef, parlando del suo interessante retrogusto “terroso”.

Ma se proprio senti il bisogno del sapore di terra vai in giardino, ciuccia qualcosina, che so, una zolla, il brecciolino del vialetto, quello che vuoi.

Poi rientri e ti cucini una cosa buona, che sappia di cibo.

E invece no, la rapa è ormai ovunque.

Perché?

Perché è rossa.

Perché è fotogenica, e se la uniamo ad una cosa bianca, possiamo giocare con le percentuali ed ottenere cinquanta sfumature di rosa e anche molte di più.

A questo serve, non ad altro.

Serve per le foto.

Se le rape rosse fossero state marroni avremo continuato ad ignorarle e a perdere nonne senza battere ciglio.

Fotografare cibo e postarlo sui social soddisfa l’esigenza di esserci, di essere conosciuti e riconosciuti, concorre a costruire un’identità altrimenti invisibile. Non sono foto di cibo, ma tentativi per accrescere la popolarità.

Le strategie di marketing suggeriscono meccanismi che puntano sulla gratificazione generata dall’appartenenza, i like promuovono la reiterazione.

Se cucinare la coda alla vaccinara può essere una bella esperienza, lo spettacolarizzare questo “evento”, documentarlo, può accrescerne la popolarità.

Si esibisce la propria esistenza, non di rado povera di affetti reali.

Se molti commentano, condividono, apprezzano, è l’ lO che occhieggia dietro la foto a diventare importante, ad acquisire valore.

Poco importa, a quel punto, si è soli a casa come cani, in preda alla disperazione, in una angusta cucina diventata set, se la coda è fredda di frigo, irrimediabilmente salata…

Il potere aggregante e conviviale del cibo si è perso, così come le amicizie, si è fatto virtuale.

Il lightbox sostituisce la tovaglia e i like i complimenti degli amici per la nostra cucina salvo poi, in assenza dei like di approvazione, dover sedare i bruciori di stomaco con il bicarbonato.

Non siamo più quello che mangiamo, siamo quello che fotografiamo.

Sempre più soli, guardiamo foto di cibo ma non sentiamo il gusto, il profumo, il calore, la consistenza. Ne facciamo indigestione, ma senza mangiarlo.

Ne abbiamo snaturato l’essenza, facendone uno spettacolo.

Sta a noi invertire la rotta ma accadrà solo se ci impegniamo a restituire verità alle cose.

Peccato, non accadrà mai!

Perchè siamo un esercito di capre!